Recensione kinski - il mio nemico piu' caro regia di Werner Herzog Germania 1999
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Recensione kinski - il mio nemico piu' caro (1999)

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locandina del film KINSKI - IL MIO NEMICO PIU' CARO

Immagine tratta dal film KINSKI - IL MIO NEMICO PIU' CARO

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"Prima togli la trave dal tuo occhio, e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dal mio."

Klaus Kinski, l'"uomo che vi piace odiare" (come si diceva ottant'anni fa del celebre Eric Von Stronheim) apparteneva sicuramente a una razza indistinta di attore e di essere umano: un uomo profondamente avverso a tutti i tipi di business e alla mondanità, ma soprattutto ostile all'umanità non tanto come forma individuale ma collettiva di stupidità, di complicità, di impotenza planetaria.
Le sue bizze e i suoi eccessi, venati da una forte forma di egocentrismo, hanno scandalizzato i salotti della gente "perbene", mettendo l'arte come funzione assolutamente primaria della sua esistenza.
Davanti alla sua scomparsa, l'ipocrisia vigente non ha tralasciato proprio nulla della propria dilagante riabilitazione, senza contare che - davanti a simili personaggi - il mondo degli addetti ai lavori avrà respirato un certo sospiro di sollievo. Kinski è un personaggio scomodo e come tale "inopportuno" per un mondo che si vanta di edificare, con sommo integralismo, le redini delle proprie colpe. Ma, del resto, non è così anche oggi? Non sono forse i film più coraggiosi, i percorsi più devianti, i personaggi meno malleabili a trovare spesso ostilità nel mondo contemporaneo?
In realtà personaggi come Kinski sono insostituibili proprio perchè nella loro pregnante vitalità fisica e mentale (una vitalità che assomiglia a un esorcismo dove la vita e la morte non hanno più alcun significato) lasciano un vuoto incolmabile, perchè esistono attori che sanno mettere a nudo, brutalmente e con-sapevolmente, un inferno privato, uno spirito irrazionale e beffardo, fuori e dentro lo schermo, ed è come se Aguirre, Woyzeck o Fitzcarraldo parlassero direttamente a noi.
Ciò che sgomenta è però che quel retaggio di furia incontrollata e iconoclasta porta l'uomo a vivere disperatamente quel malessere con se stesso, gridando la sua rabbia soprattutto a quei pochi che possono e vogliono ascoltarlo, con uno spirito di sacrificio che esprime, invero, le più realiste condizioni della razza umana.

E' attraverso questa personalità sfaccettata e complessa che Werner Herzog racconta il rapporto difficile e inconsciamente "complice" con l'attore ed il lungo sodalizio iniziato nel 1971 durante le riprese del capolavoro "Aguirre, furore di Dio" e, successivamente, per altri quattro film di grande rilievo artistico fino all'epilogo di "Cobra Verde" (1987).
Non a caso "Kinski - Il mio nemico più caro" si apre proprio con il volto sinistro di Kinski che insulta il pubblico in platea durante una delle tante controverse esibizioni di "Jesus", modernissima riduzione teatrale sulla vita di Cristo, con alcune frasi d'effetto: sembra dirci "prima di giudicare, guarda dentro te stesso".
Gli sfoghi di rabbia che inquietano la troupe dei film possono inquietare, ma in un certo senso hanno un'inequivocabile sapore amaro, una dolorosa e sofferta ricerca affettiva, un prosaico, Falstaffiano, bisogno di invadere e lordare (o lordarsi) in un'utopica aspirazione fideistica e d'onnipotenza: sappiamo bene che tutto ciò che si reclama a una grandezza "Divina" , soprattutto tra noi comuni mortali, si traduce in un'incombente fragilità che rischia di disarmare gli stessi detrattori.
Può sembrare sorprendente sapere che Kinski, come l'Howard Hughes della Hollywood dei tempi d'oro, usava "disinfettarsi con l'alcool appena dava la mano a qualcuno", e nonostante tutto questa sorta di fobia salutista mal si addice ai set del cinema di Herzog, siano esse l'Amazzonia o l'Africa di "Cobra Verde", in una natura "selvaggia e spietata" fatta di enormi foreste, di serpenti e condizioni di vita impensabili per un'essere umano occidentale.
Ma, più che altro, dando per certo che Herzog sia stato il regista che meglio ha saputo trasmettere allo spettatore le sfaccettature artistiche e umane di Kinski, è anche chiaro che i personaggi di Aguirre o Fitzcarraldo sembrano scritti proprio per lui. La grande "arma" visionaria di Herzog celebra l'apoteosi della Forza della Natura (stupendamente fotografata da Thomas Mauch per diversi anni) davanti a cui Kinski crea ed esprime in tutta la sua enfasi emotiva tutto il suo contrasto e la sua adattabilità (e il suo contrario).

"Io non sono la vostra Superstar" gridava al pubblico accorso a vederlo, fiero di mettere alla berlina la contraddizione dei ruoli e il conformismo vigente, ma al tempo stesso consapevole, con la sua recitazione fuori le righe e le sue incon-suete esplosioni di rabbia, di essere un attore profondamente professionale: quasi tragico nella sua consapevolezza che tutto questo ha un prezzo, che reclamare la libertà significa soprattutto soffocarla: a volte, per quanto paradossale, la vita è anche questa.

Per tutto il film, che inizia raccontando il primo incontro di Herzog nel 1955 con una tormentata e breve coabitazione, comprendiamo che non solo il film non è soltanto un tributo il più possibile obiettivo a un'amico e attore, ma diventa, via via, anche una delle più lucide riflessioni sul mondo del cinema che siano mai state realizzate. Raccontando come la sua collaborazione e amicizia con Kinski "fosse complementare per l'uno e per l'altro" Herzog mette a nudo soprattutto se stesso, il ruolo di cineasta (amico? padre? fratello?), un pò come quando si diceva conscio che "i film non cambiano le persone, ma la nostra prospettiva delle cose".
Spirito riflessivo, antitetico a Kinski, Herzog ha probabilmente affrontato con affettuoso stoicismo il rapporto con l'attore probabilmente perchè affascinato, da sempre, dalle misteriose e intriganti, per non dire Conradiane, controversie dell'Umanità. In gran parte è proprio il suo cinema a fondarsi su questi aspetti, ed è proprio attraverso la testimonianza che rende allo spettatore che riesce a uscire indenne proprio dai personaggi bucolici e complessi che ha (forse) amato e (indubbiamente) odiato.

"Il mio nemico più caro" diventa così una confessione riflessiva dell'uomo che "per scommessa mangiò la propria scarpa" (come in un gustoso cortometraggio del 1979 di Les Blank), che potenziò l'enorme e sregolato talento di Kinski, che porta nel corpo i segni di tanti incidenti subiti durante i set turbolenti di "Anche i nani cominciano da piccoli" e soprattutto "Fitzcarraldo".
Ma è, soprattutto, un doloroso e razionale ritratto dell'uomo che, più di ogni altro, ha saputo interiorizzare e assurgere a Icona del suo cinema: lo Jesus del teatro, il coinquilino, il folle Iracondo, l'attore che faceva esercizi di dizione per dieci ore, il poeta, il romantico seduttore (come testimoniano le attrici, fra cui Claudia Cardinale, sua partner in "Fitzcarraldo"), l'amico da abbracciare durante un festival, e il nemico da minacciare di morte nel set di "Aguirre", il condottiero spietato, l'amante folle di gelosia, il vampiro morto d'amore, l'avventuriero Stakanovista, il trafficante di schiavi.
E ancora il Corpo e l'Anima nobilmente etichettata come "Spirale Kinskiana" (niente a che vedere con l'Actor's studio, per intenderci), l'igienista e il codardo, il temerario sorpreso dalla sua adrenalinica sfida alla morte, o il docile e sorridente adulatore di farfalle.

In tutto questo, "Kinski - Il mio nemico più caro", forte delle parole terribilmente metaforiche di Herzog ("Non avrei dovuto accorgermi che era la sua anima a volersi librare in volo?") diventa, oltre a una riflessione sul cinema e sullo star-system, anche una splendida parabola sulla solitudine di una tipologia di attore e di uomo ormai estinta, perchè "siamo sempre un pò soli se gridiamo al mondo la nostra rabbia".
Ed è facile intuire come quest'implosione amara sarebbe stata ben più devastante se Herzog avesse abnegato alla propria individualità e ai propri sentimenti verso Kinski.

Interessanti le sequenze del primo set di "Fitzcarraldo" con Mick Jagger e Jason Robards jr. prima di abbandonare definitivamente le riprese, splendida la fotografia di Zeitlinger e onnipresenti le musiche dei Popol Vuh, altro marchio di fabbrica del cinema di Werner Herzog.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 21/05/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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