Recensione uomini che odiano le donne regia di Niels Arden Oplev Danimarca, Svezia 2009
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Recensione uomini che odiano le donne (2009)

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locandina del film UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Immagine tratta dal film UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

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Trarre un film dal fenomeno letterario rappresentato da "Uomini che odiano le donne" di Larsson non era un'impresa facile. Come sempre accade quando si deve ridurre per il grande schermo un libro letto da milioni di persone in tutto il mondo, l'operazione risulta ad alto rischio. Da un lato c'è un'orda di appassionati pronti a saltare al collo del malcapitato regista di turno per non aver seguito, con fedeltà pedissequa, il romanzo di riferimento, dall'altro si può cadere nella trappola di un adattamento senza un briciolo di personalità, una semplice copia su pellicola del libro, inutile per chi lo ha letto e mortalmente noiosa per chi invece non conosce già la storia o i personaggi.

Purtroppo, il film di Oplev riesce a commettere errori su entrambi i fronti. È mancato il coraggio di sintetizzare il più possibile l'opera di Larsson, col risultato di ingigantire il minutaggio in maniera spropositata, e di bombardare lo spettatore con una mole di informazioni che, più che incuriosire, hanno l'effetto di esasperare. Quando invece gli sceneggiatori decidono di apportare dei cambiamenti rispetto al libro, lo fanno in maniera a stento comprensibile, sacrificando dei personaggi importanti (è il caso di Erika Berger e dello stesso Henrik Vanger), o smussando gli angoli di una vicenda complessa e torbida per creare un finale consolatorio e del tutto in contraddizione con lo spirito del romanzo.

Nonostante sia quasi sempre sbagliato mettere a confronto diretto due linguaggi così diversi come cinema e letteratura e sebbene un film andrebbe considerato come un oggetto a se stante e del tutto indipendente rispetto al romanzo di riferimento, nel caso di "Uomini che odiano le donne", non si può prescindere da una breve analisi di ciò che rende il libro di Larsson così particolare e atipico nel panorama dei thriller odierni, quelli venduti un tanto al chilo sugli scaffali di tutte le librerie. È un romanzo di puro intrattenimento, un best seller di immediata comprensione e di facile lettura, ma che riesce a spiccare e a superare in qualità la maggior parte dei suoi colleghi (d'Oltreoceano e non), grazie a una serie di caratteristiche distintive: una lentezza di fondo, innanzitutto, che non significa affatto mancanza di ritmo, ma che serve a Larsson per trascinare gradualmente il lettore nella storia e renderlo partecipe delle vicende di personaggi descritti con un approfondimento insolito, con una cura quasi maniacale. Lisbeth Salander, Mikael Blomqvist e la nutrita galleria di caratteri secondari, possiedono una coerenza e una complessità straordinarie, se paragonati agli scialbi e bidimensionali protagonisti della robaccia di Dan Brown e simili. Ed è attraverso loro che Larsson poteva permettersi di affrontare delle tematiche difficili (il rapporto col potere e l'autorità, la mancanza di radici, il rifiuto del passato e la sua ricerca) senza inficiare in nessun modo la scorrevolezza e la tensione tipiche di un thriller. Purtroppo, tolte le peculiarità della scrittura di Larsson, resta un intreccio piuttosto banale, un giallo prevedibile e senza troppe sorprese e una vicenda intricata, ma priva di veri e propri colpi di scena; il che rende "Uomini che odiano le donne" un romanzo difficilissimo da trasporre per il grande schermo, essendo del tutto privo di elementi puramente cinematografici. Ci voleva un grande lavoro in fase di scrittura e un regista che non avesse paura di tradire il romanzo. Forse l'unica soluzione possibile per realizzare un buon film era quella di prendere solo spunto dall'opera di Larsson e costruire un qualcosa di completamente diverso.
Purtroppo non è andata così. La scelta di sceneggiatore e regista è stata quella di andare sul sicuro, seguire fedelmente la trama (salvo distaccarsene nel finale, per imperscrutabili ragioni, o forse per dimostrare di non star semplicemente eseguendo una fotocopia), fare di Mikael Blomqvist una bella statuina imbolsita che non ha nulla a che vedere con lo sfaccettato e tormentato protagonista del romanzo, e concentrare tutte le energie nella resa di Lisbeth, unico personaggio veramente riuscito, grazie anche all'ottima interpretazione di Noomi Rapace, mortificata purtroppo da un doppiaggio italiano ai limiti della decenza.

Forse era davvero impossibile restituire su schermo la lunga galleria di psicologie ben delineate da Larsson, e si è preferito caricare tutto il peso del film sulle spalle di un unico personaggio, sicuramente il più amato dai lettori del romanzo. Questo fa ben sperare per il proseguimento della trilogia (sono da poco ultimate le riprese de "La ragazza che giocava col fuoco", mentre "La regina dei castelli di carta" è in pre-produzione), dato che in entrambi i libri Lisbeth Salander è la protagonista assoluta, ma non basta a salvare "Uomini che odiano le donne" dalla mediocrità.
Non si tratta, infatti, di un brutto film. Si vede che è stata messa in campo molta professionalità, a partire dalla scelta delle location, a una buona fotografia, fino ad arrivare alla regia di Oplev, sicuramente convenzionale, ma in grado di relegare alcune sequenze girate con eleganza, come quella dell'arrivo di Blomqvist alla tenuta dei Vanger o il flashback della morte del padre di Harriet. Anche la recitazione è, nel complesso, buona (le considerazioni sul doppiaggio valgono purtroppo per tutti gli attori), Michael Nyqvist a parte, del tutto fuori ruolo.

Non siamo quindi di fronte a un disastro totale, ma a un prodotto ben confezionato, che se non durasse due ore e mezza, potrebbe anche intrattenere discretamente.
Eppure si ha l'impressione, che ci sia sempre qualcosa che non funzioni a dovere, una freddezza, una mancanza di spessore, che è forse intrinseca al progetto stesso. Viene da chiedersi se fosse proprio necessario questo adattamento, se la conseguenza naturale del successo di un libro sia la sua trasformazione in film. Non è per forza detto che se una cosa funziona su carta debba anche funzionare su pellicola; una buona storia narrata in un romanzo può diventare ridicola, una volta incarnata in immagini. La logica commerciale che sta alla base del film "Uomini che odiano le donne", pesa come un macigno sulla resa finale del prodotto, che sembra messo insieme in fretta e furia per cavalcare l'onda del romanzo e ottenere il massimo tornaconto economico col minimo sforzo.

Il risultato è che tutti i difetti presenti nel libro, su cui si era disposti a passare sopra, grazie alla qualità della scrittura di Larsson, diventano evidenti e fastidiosi nel film, rendendo questa trasposizione un mezzo fallimento. Di esempi ce ne sono tantissimi, ma il più indicativo è forse il dialogo finale tra Blomqvist e l'assassino, forse una delle parti più deboli del romanzo di Larsson. La scena scivola nel ridicolo involontario sin dalle prima battute del killer, che invece di ucciderlo, si mette a chiacchierare amabilmente con Blomqvist, ammorbando lo spettatore con una spiegazione chilometrica delle sue motivazioni, con tanto di occhiate diaboliche e disquisizioni deliranti sulla pietà annesse. Si tira un sospiro di sollievo all'irruzione scontata di Lisbeth nella cantina dell'omicida, non perché si stia in pensiero per le sorti del protagonista, ma perché arriva qualcuno a mettere fine allo strazio di chi è obbligato ad assistere alla versione appena un po' più violenta di un episodio dell'ispettore Derrick.

Da quel momento in poi, tutto il finale, allungato all'inverosimile, tanto che il film sembra non terminare mai, è di una gratuità insostenibile. Oplev sostituisce la risoluzione ambigua e amara della vicenda scelta da Larrson con un'ultima mezz'ora che vorrebbe essere al tempo stesso commovente (la riconciliazione familiare) e ironica (il furto di Lisbeth) ma che in realtà è solo noiosa e inconcludente, appiccicata in coda all' ultimo rullo per far vedere che il seguito è alle porte.
Non si può parlare di occasione mancata, perché è il progetto stesso di trarre una serie di film dalla trilogia di Larsson ad essere fallace in partenza e date le premesse; il film forse non poteva riuscire meglio di così. Tuttavia dispiace assistere a un prodotto del tutto privo di identità, che può solo deludere chi ha amato il romanzo e risultare insignificante per chi si avvicina per la prima volta alla storia di Lisbeth Salander.

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Recensione a cura di L.P. - aggiornata al 17/06/2009

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