Recensione woyzeck regia di Werner Herzog Germania 1979
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Recensione woyzeck (1979)

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locandina del film WOYZECK

Immagine tratta dal film WOYZECK

Immagine tratta dal film WOYZECK

Immagine tratta dal film WOYZECK

Immagine tratta dal film WOYZECK

Immagine tratta dal film WOYZECK
 

Woyzeck è il reietto, il respinto per eccellenza. Herzog crea un'opera che rasenta l'entomologia dell'umano, e il suo personaggio di Woyzeck, interpretato da Klaus Kinski e ripreso da una piéce incompiuta di Georg Buchner, rappresenta la forma più vivisezionata, più dissestata e manipolata tra le tante figure dei reietti che abitano usualmente il cinema herzoghiano: Kaspar, Stroszek, Nosferatu, i nani.

Soldato semplice in un mite paesello della Mitteleuropa, Woyzeck conduce un'esistenza scandita dai maltrattamenti continui che gli rivolgono tutti i personaggi secondari: le angherie del suo superiore, le richieste della sua donna, gli esperimenti che un dottore effettua su di lui, gli insulti del tamburmaggiore.
La sua è un'esistenza sbattuta, sempre agitata e tormentata: Kinski si muove sempre, come in preda ad una fretta inestinguibile, corre di qua e di là, da una mansione ad un'altra, da un turbamento ad un altro, è sempre in mezzo a due termini. Ma i suoi turbamenti non provengono solo dalle urgenze dell'altro, bensì anche dalla presenza di qualcosa di misterioso che ossessiona Woyzeck presentandosi occasionalmente a lui come Visione, come voce angosciante, come entità che parla solo a lui.
La sua salvezza e la sua perdizione dipenderanno entrambe da questa voce, che orienterà il suo destino e, in un certo senso, lo riconcilierà con un mondo perduto.

Woyzeck è lo specchio di ciò che tutti gli altri personaggi non sono, rappresenta l'altro per eccellenza. Se è possibile immaginare uno scambio di ruoli tra di loro, possibilità giustificata dal fatto che la loro differenza è soltanto di tipo sociale, Woyzeck è irriducibile a se stesso: esemplare di aberratio mentalis partialis della seconda specie per il medico; focolaio di immoralità per l'ufficiale maggiore; modello di ciò che un uomo non è per il tamburmaggiore; forziere da sfruttare per la prostituta.
E lui si sbatte da un'esigenza all'altra, da una fede ad un'altra: come Kaspar Hauser, protagonista di un altro grande film di Herzog, infatti Woyzeck si è allontanato sia dalla scienza, che qui promuove la volontà umana come strumento di perfezionamento dell'organismo e nega la natura come istanza fondamentale dell'uomo, sia dalla religione cristiana, codice di condotta morale e risposta ai dubbi dell'esistenza.
La riflessione cristiana è propria infatti di chi ha virtù, e chi ha virtù è colui che è capace di parlar bene, di vestire elegantemente e, alla fine dei conti, di chi ha il denaro: Woyzeck stesso dice che gli piacerebbe essere virtuoso, ma la Natura gli ha affibbiato una sorte da poveraccio; e poiché chi non ha soldi è costretto a guadagnarseli in ogni momento e con ogni mezzo, questi è costretto a correre a destra e a manca.

A questa dimensione prettamente epidermica sottostà una più fondamentale: Woyzeck sembra come attratto da una forza magnetica, fa tutto di fretta, anche quando gli si dice di andare piano, come nella esilarante scena iniziale della bottega del barbiere in cui, alla fine, il capitano urla a Woyzeck, già per strada, di andare con calma, e Woyzeck annuendo si mette a correre a rotta di collo.
Woyzeck, quand'è solo, sente sprofondarsi nelle viscere della terra, in un ascolto verticale più che in un movimento orizzontale. Se egli percorre il perimetro della cittadella quando sono gli altri che lo impegnano, quando invece si ritrova solo con se stesso traccia una linea verticale, si ferma e poggia l'orecchio all'inascoltabile, non essendo più distratto da ordini e uffici. Egli è angosciato dalle presenze del sottosuolo, dalle forze che la natura sprigiona e gli infonde.

Se la situazione generale in cui è versato è stagnante, compenetrata in lui solo nei suoi aspetti umilianti, le sue azioni invece sono trattenute in conati che potrebbero avere in qualsiasi momento un effetto determinato come anche il suo esatto opposto. È proprio la terra, la natura incontaminata, che direziona le sue azioni: "Signor dottore – dice Woyzeck – non ha mai visto niente della doppia natura? Quando il sole è a picco a mezzogiorno ed è come se prendesse fuoco, una voce terribile mi ha parlato".
Questo mostrarsi della voce tenebrosa avviene attraverso il senso del tatto, per cui esso diventa decisivo della direzione dell'immagine: Woyzeck, poggiando l'orecchio al suolo e auscultandolo - o stringendo in mano un ramo spezzato - riesce a sentire il Tutto, la Natura, l'Essere per intero che gli si dispiega davanti, invisibile, in quell'attimo.
Nell'istante della rivelazione si dipinge sul suo volto ciò che lo spettatore non può vedere, perché invisibile, ma che riesce in qualche modo ad intuire. È il dispiegamento del sublime, ed il volano della sublimità è proprio il contatto materiale con la terra, il senso tattile portato all'estremo, scrigno di mondi invisibili ed impercettibili, ma rivelabili solo a chi ha concentrato la sua deficienza percettiva tutta nelle palme delle mani.

Le auscultazioni del suolo sono per Woyzeck momenti di smarrimento infinito, di terror panico e insieme di ritrovamento della propria natura, della propria esistenza. La Natura, la cui presenza è espressa ogni volta dall'irrompere improvviso del suono di violini ed archi, è l'unica entità verso la quale Woyzeck ha una riverenza totale, al di là delle faccende da sbrigare. È la natura che gli si rivela, ma questa rivelazione è conquistata al prezzo della perdita della sanità mentale e fisica.
Woyzeck rispetta il suolo perché si sente ancora più infimo di esso, e quindi è capace di sentirne l'afflato essenziale attraverso il puro senso del tatto: il legno tra le mani, l'orecchio appoggiato a terra. Woyzeck sente la terra vuota sotto di sé, sente antri che possono franare da un momento all'altro e farlo sprofondare in oscure viscere: il Tutto è riconquistato attraverso la propria disperazione.
L'immagine di Herzog prende vita da ciò che non può essere visto, viene fondata da ciò che al cinema non può essere sentito né provato. Il tatto feconda l'immagine e rappresenta indirettamente sensazioni che un primo piano, da solo, non può fare: il volto è inespressivo senza la terra che lo ispira, la terra rimane indifferente senza un volto da sconvolgere.

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Recensione a cura di Gilles - aggiornata al 30/10/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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