Un'infermiera sposa un industriale, vedovo dopo il suicidio della moglie malata e gelosa, ma cova un disperato amore per un ingegnere che l'ha respinta.
Sei un blogger e vuoi inserire un riferimento a questo film nel tuo blog? Ti basta fare un copia/incolla del codice che trovi nel campo Codice per inserire il box che vedi qui sotto ;-)
Non c'è niente da fare, è un altro esempio ben riuscito di drama a tinte fosche e noir della Hollywood classica, quindi pane per i miei denti. Ritrovo qui tutti gli elementi che apprezzo sempre di queste produzioni: un fascinoso bianco e nero, la cura scenografica degli interni, l'enfasi data alla prestazione attoriale e la contestualizzazzione "medica" dovuta alla presenza di un medico.
Qui la protagonista assoluta è una splendida Joan Crawford, formidabilissima nel restituire un personaggio vivo e pulsante, un'interpretazione da godere tutta d'un fiato, tra il suo rigorismo professionale, gli eccessi drammatici dovuti al suo amore non corrisposto, e poi ancora le manifestazioni della propria psicosi e per ultimo quei rari istanti di lucidità e gioia totale (come quando "risolve" il dilemma circa la questione della precedente moglie morta, dopo tanto penare psicologico sia lei che lo spettatore tirano fuori un sospiro di sollievo).
Bene anche Van Heflin nel ruolo di David, una sorta di - qui inedito - "homme fatale" caratterizzato dall'essere un uomo spigliato e senza peli sulla lingua, comunque totalmente menefreghista nei confronti della Crawford. Con il medesimo senso di apprensione di quest'ultima lo spettatore reagisce quando vede David fare capolino nella vita della protagonista diverse volte lungo il film: lo spettatore sa benissimo che alle sue apparizioni seguirà inevitabilmente il raptus di follia della protagonista.
Bernhardt infine è bravo nel modo in cui tiene il filo della matassa, tra le scenografie degli interni estremamente curate e un torbido b/n; sono presenti altresì un paio di sequenze notevoli, la sequenza con la figliastra cui segue il primo piano della Crawford mandida di sudore e preoccupata, e la soggettiva sghemba nella villetta sul mare dove il modo di girare disequilibrato si fa portavoce dell'instabilità mentale della protagonista.
Buon noir a tinte fosche che trova i suoi punti di forza nella straordinaria interpretazione di Joan Crawford (già 42enne all'epoca del film) e nei dialoghi, soprattutto di Van Heflin ("Non so come faccia a non odiarti" "E' che non lo vuoi abbastanza. Impegnati di più."). Per il resto l'ho trovato un po' troppo sfilacciato nello svolgimento rispetto alla storia che vuole raccontare, e molti passaggi della follia della Crawford rimangono poco sviluppati.
Nonostante il doppiggio atroce è un solido film a metà strada fra il thriller psicanalitico ed il melò vecchio stampo, una storia d'amore non corrisposto che innesca tragiche conseguenze. Da ricordare per l'ottimo utilizzo dei flashback, indispensabili per spiegare l'evolversi dei fatti, e per la gigantesca prova di Joan Crawford, credibilissima nei panni di un personaggio folle e dolente; sono un pò meno credibili Raymond Massey in quelli del marito e Van Heflin in quelli dell'irresistibile adone. L'ho visto a colori ma mi sarebbe piaciuto vederlo in bianco e nero e magari con il doppiggio originale..
Con quella faccia da strega, la Crawford è perfetta nel ruolo ambiguo di donna folle e innamorata. Il film però mi ha ricordato troppo Il Romanzo di Mildred e mi chiedo se l'attrice abbia mai girato qualcosa di diverso (bene o male sono tutti così i suoi film). Comunque un buon film, imperdibile per gli amanti del bianco e nero.
Un bel mix tra Noir, dramma, e delirio psicotico. Il regista, anche grazie alla caparbia interpretazione degli attori protagonisti, ha saputo infondere la potenza nella pellicola. Molto dure le scene, lunghe e deliranti che colpiscono. Atmosferico e carico di una gran tensione. Film consigliato.
Non a caso in questo film elemento portante della narrazione è il tema sublime intitolato "Chopin" del Carnaval di Schumann. Tema costantemente manipolato (anche con variazioni armoniche) nella versione per orchestra del compositore della colonna sonora. E forse non a caso lo stesso Schumann, come la protagonista di questo lungometraggio, soffrì per anni di gravi problemi nervosi che lo condussero addirittura al tentato suicidio. In entrambi i casi assistiamo a deviazioni psicotiche del comportamento: sia la protagonista, sia il grande compositore hanno in comune i sintomi della schizofrenia. La storia d'amore in quest'opera non appare che un pretesto per la trattazione sistematica della malattia mentale della donna impersonata magnificamente da Joan Crowford: la sensibilità di questo regista nello scandagliare l'animo femminile mi ha realmente colpito. Realmente interessante la fotografia (io l'ho visto a colori, ma sono quasi sicuro che l'originale sia in bianco e nero), alcuni piani sequenza, e alcune soggettive sono memorabili. Anche se la trama può apparire sulla carta un pò scarna, l'abilità senza fine del regista conferisce ad ogni fotogramma una profondità sconcertante, e l'identificazione con l'eroina è completa. Assolutamente da vedere!
Forse insuperata trasposizione cinematografica di delirio psicotico, in quanto a pathos e suspense viscerale. Noir atipico per la presenza dell' homme fatale, ma le atmosfere e la narrazione a flashback sono noir al cento per cento. Una donna con una, probabilmente latente, predisposizione shizofrenica per la quale sarà l' amore il fattore scatenante nella manifestazione patologica. Eccezionale regia tra onirica e realtà distorta dalla percezione della protagonista, e c' è un momento sensazionale in cui la soggettiva dello spettatore si incrocia e si unisce a quella della donna infermiera, vittima di un amore non corrisposto. Joan Crawford da Oscar.