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Credo che il pregio maggiore di questo ambizioso film di Anderson (dal romanzo di Upton Sinclair? Uno dei più dimenticati autori americani) sia l'alternanza tra vecchio e nuovo, tra realismo e iperrealismo, tra l'epicità pioneristica e il manierismo visivo. Come sontuoso affresco non fa una grinza: è indubbiamente un film importante sorretto dall'istrionica performance di Day-Lewis o dalla regia "fordiana" di A., ma alla fine lascia una forte sensazione di affettata freddezza. Visivamente superbo, vero, ma altrettanto risibile perchè non riesce a scovare fino in fondo nella ragione umana, rendendo il protagonista in balìa degli stessi meccanismi che lo rendono tanto (insolitamente?) avido cinico e amorale. Si è parlato di Ford o di Preston Sturges, ma Day-Lewis sembra fare il verso più a Walter Brennan (se qualcuno lo ricorda...) che a John Wayne, la dimensione materialista della vicenda sembra un ritratto Steinbeckiano del Barry Lyndon kubrickiano. La regia di Anderson è spiazzante e controversa, e l'approccio stilistico - per quanto discutibile - è davvero inedito. E lo stesso vale per l'improbabile prete, che non riesce a trasmettere una partecipazione soggettiva nella storia, davvero troppo fuori le righe...
In verità ci sono immagini bellissime, ma le emozioni sono congelate da un'eccesso di zelo, o di formalismi (il "dialogo tra sordi" padre vs. figlio finisce per diventare stucchevole e pretestuoso). Il momento migliore, quello più autentico, è l'arrivo del "fratello", un'amicizia che si trasforma in un letale meccanismo competitivo. C'è poi l'esplosione nel pozzo, una delle sequenze più spettacolari e simboliche del cinema di oggi, e a questo punto potrei strappare l'8 e vivere felice e contento. Ma le potenzialità del film erano enormi, molto più del pur egregio risultato, pertanto stavolta mi sento più intransigente