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Montata su un fittizio (ma acutissimo) documentario la storia di Leonard Zelig è affascinante e colma di una debordante artificiosità che porta lo spettatore a vivere il film con un'attenzione massimale nel nome di un interesse perennemente vivo, accesso, costante.
"Zelig" è una commedia di Woody Allen imperniata in un clima di sottili metafore contro la società, con messaggi circa la "convenzionalità" maledettamente ambigui con l'individuo che è diverso perché riesce a diventare "uguale" alla massa.
Introspezione ed indeterminatezza del personaggio Zelig non è un tipo comune, è un "non normale" perché emula le immagini e le dottrine delle altre persone, forse è davvero questa la "valvola" di indipendenza e di estraneità sovvertita poi, di conseguenza, dai metodici metodi scientifici che reprimono per omologare. La volontà e la disperazione di assorbire le conoscenze, con riferimento al libro di Moby Dick, certificano l'ostinazione di Zelig di penetrare nelle menti altrui copiando fisico e psiche, questa è virtù o malattia? Le interpretazioni navigano in oceani teoretici.
Senza dubbio "Zelig" vive la sua ascesa nella prima parte di film, dopotutto anche abbastanza drammatica con il protagonista, interpretato da un profondo Allen, in un tunnel psicologico, sequenze e concetti che toccano lo spettatore. La trama si snocciola bene dall'inizio fino alla fine, prima parte, come detto, perfetta, nella seconda forse "sbuca" leggermente il fattore prevedibilità. L'idea del documentario è azzeccata e il finale con Zelig alla corte del Fuhrer è semplicemente strabiliante. La sequenza terminale è forse (in)volontariamente allegorica ed evidenzia la superficialità dell'America fra miti, contraddizioni e paradossi.
"Zelig" funge da denuncia al mondo ospedaliero, rifugiandosi in concezioni particolari che cantano l'inno e l'esaltazione soggettiva dell'individuo ora e per sempre.